Il Club degli Autori - Concorsi Letterari - Montedit - Consigli Editoriali - Il Club dei Poeti
Home   Chi siamo   Catalogo   Le nostre Collane   Per pubblicare   Per acquistare   Contatti
 
   
 
     
Non ho spazio per proporre libri di autori sconosciuti, anche se bravi
 

Da Il Club degli autori n. 97-98 – Settembre – Ottobre 2000

“Non ho spazio per proporre libri di autori sconosciuti, anche se bravi”
Le “confessioni” di un librario sotto l’ombrellone

Ma che bella stagione l’estate.

Peccato solo sia lì lì per finire; ma intanto, spaparanzati sotto gli ombrelloni o mollemente adagiati su un’amaca all’ombra di un verde pino, tutti o quasi abbiamo assaporato, almeno un po’, il dolce ozio che invita alla meditazione, alla conversazione, alla socializzazione. Socializza qua e socializza l? a me è capitato – chiss? perché – di chiacchierare a lungo con una simpatica coppia di giovani librai i quali, abbassate le saracinesce per la canonica quindicina agostana, sfogliavano libri e si preparavano, tra un bagno e una spalmata di olio solare, alla prossima stagione editoriale.
Cosa raccontavano i due? Parecchie cose, alcune delle quali molto molto interessanti. Non che non le sapessimo già. Ma raccolte così, dalla viva voce dei soldatini in trincea del mercato librario, valgono ancora di più. Tanto che ho pensato di girarvele, riprendendo del resto il discorso che avevamo iniziato lo scorso numero. Cosa che mi è particolarmente congeniale perché, l’avrete capito, io ho un vero pallino per la divulgazione. I linguaggi per gli addetti ai lavori (comprensibili solo a pochi eletti) e in genere tutto ci? che restringe anzich? allargare la comunicazione – intesa come modalit? per una migliore comprensione della realt? – mi stufa, mi irrita, talvolta mi imbufalisce. Mi sembra uno dei modi più subdoli per emarginare, separare, creare differenze, passare al volgo messaggi come: “non ti preoccupare, so quel che faccio e lo faccio anche per il tuo bene, quindi spostati, taci e lasciami lavorare”. La mia – e spero anche vostra – risposta in questi casi ?: “pussa via”. Quando mi fanno proprio arrabbiare mordo (metaforicamente, s’intende). Oppure scrivo editoriali.
Dunque, vi dicevo. Il libraio, un quarantenne con un passato di bibliotecario alle spalle, borbottava un giorno sotto l’ombrellone con la compagna. Non che volessi origliare ma sapete com‘è, le spiagge italiane non sono certo posti intimi e raccolti.
Captavo frammenti, e anche di più, di borbottio: “Dovremmo ordinare Chricton – diceva lui – perché quello vende sicuro, è come avere un assegno circolare sullo scaffale; poi direi di puntare sugli economici Newton, tutti classici a 10.000 lire. Li compra anche chi non legge perché sono pompatissimi dalla pubblicit?, costano poco e fanno molto figo. Poi ricordati che c‘è il problema dell’affitto, se ce lo aumentano ancora non ci stiamo più dentro, bisognerà farsi venire in mente qualcosa…”.
“Cosa, per esempio?” Dopo una velocissima presentazione ero entrato diritto filato nella conversazione (pane per i miei denti, ho pensato).
“Guarda – mi diceva Guido, l’impavido libraio – un mio collega ha chiuso il mese scorso. E sai a chi hanno affittato i suoi localià A un franchising di abbigliamento per ragazzini. Tanto è la fine che faremo tutti, lo so. Non c‘è più posto per le librerie medie e piccole. Quando sento Costanzo che ne parla, la sera, mi conforto perché penso che almeno qualcuno se ne è accorto, ma nello stesso tempo è come se sentissi il rintocco della campana, quella che suona anche per te. Ora se vuoi sopravvivere devi essere il Virgin Megastore, offrire a tutte le ore pizza, birra, libri, dischi, gadget, mortaretti e tric e trac. Altrimenti sei commercialmente morto. E per forza: gli affitti sono alle stelle, i costi di magazzino pure”.
Ho colto la palla al balzo. “Appunto, il magazzino. Spiegami un po’ come ti regoli con gli acquisti. Ti senti libero di scegliere i titoli, sei pressato dai distributori, dove metti i libri…”.
“Li metto in negozio, ma tu non hai un’idea – (ce l’ho, ce l’ho) – di quanto spazio portano via. La gente immagina che sotto un negozio di libri, o di fianco, o dietro, ci siano spazi sterminati dove conservare tutti i titoli di tutti gli editori. Quando mai. I libri sono stipati all’inverosimile sugli scaffali, e va già bene, ma veramente bene, quando riesci a tenere in negozio almeno un quarto delle novità. In Italia escono 350 libri al giorno, non so se lo sai – lo so, lo so -. Un libraio non può, ma proprio non può, dar retta a tutti i distributori. Quanto alla libertà di scegliere i titoli, sono lussi che si pagano cari. Io so quel che la gente compra: può piacermi o non piacermi, ma qui si tratta di campare. Io sono un negoziante, devo vendere quello che mi chiedono”.
“A proposito di distributori. Dimmi una cosa, come ti regoli con quelli che ti propongono editori piccoli e autori sconosciuti (eccoci al punto, ho pensato)?”
“Non è che siano poi così tanti. A dir la verità io ne ho visto, in dieci anni di negozio, uno solo. Mi ha lasciato le fotocopie delle copertine, io ho apprezzato la sua buona volontà, ho scambiato due chiacchiere, e poi ho buttato via tutto. Ma chi li compra quei titoli? Dov‘è la campagna pubblicitaria? Non c‘è, per forza. Costa tanto promuovere un libro, tantissimo. Ti devi chiamare Adelphi, o Mondadori, o Feltrinelli. Devi essere una potenza, ci vogliono due-trecento milioni. E chi li investe su un signor Mario Rossi?”.
E i piccoli editori potenza non sono (lo so bene, ahimè). Sull’onda degli sfoghi di Guido ho proseguito le mie considerazioni personali rafforzando un paio di convinzioni.
Primo: che le millantate distribuzioni nazionali (ve le promettono, aspiranti autori, lo so per esperienza) sono, pane al pane, fesserie. perché quand’anche un distributore firmi l’accordo con l’editore – il che non è facile dal momento che i distributori devono guadagnare dal loro lavoro di intermediazione, e non si vede quale guadagno potrebbero trarre dal distribuire libri non richiesti e che poi resteranno invenduti – ciò non significa automaticamente vendere. Anzi, non lo significa quasi mai, a meno che il nome in copertina non sia quello di Enzo Biagi. Secondo: che è assolutamente inutile spedire copie in saggio alle librerie (abbiamo provato) perché se sono gentili rispondono di non mandare nulla che non sia richiesto, altrimenti tacciono. In entrambi i casi buttano via il libro. perché? Lo sa il buon Guido: “Ma dove li metto – quasi gli viene da piangere – non ho lo spazio, mi ingombrano inutilmente. Rispedirli? Ma scherzi, e chi paga le spese di spedizione e il tempo della persona che va in posta?”.
Terzo: la grande distribuzione – inclusi supermarket e autogrill – ha leggi ancora più spietate del negozio. “Non ci provare nemmeno – mi dice Guido (ma, ebbene sì, avevo provato anche questa) – là entri solo con i nomi non grandi, grandissimi, quelli che vendono da soli. Te l’immagini un signore che va a fare la spesa al super, si ferma davanti al banco dei libri e chiede al commesso le belle poesie di quel bravo giovane appena edito dal piccolo editore indipendente? Ma gli ridono in faccia. Non hanno mica il tempo di seguire le nuove tendenze, le sperimentazioni, i nuovi nomi”.
Quarto e ultimo, ma non meno importante: che la speranza nostra e vostra (piccoli editori e nuovi autori) è la stampa digitale. Conoscete il meccanismo: poche copie alla volta a prezzi assai modesti (mo’ ve lo dico: con 640.000 lire si stampano 100 copie di un 32 pagine 12×17 di qualità eccellente) affidate all’iniziativa dell’autore, alla sua intraprendenza o alle sue conoscenze: librerie del territorio da contattare direttamente, circoli, associazioni, biblioteche, enti di vario genere, amici, parenti, conoscenti e colleghi. Se va bene, si ristampa, anche poco alla volta: 50 o 100 copie, a seconda delle necessit?, delle richieste, delle possibilit?.
Come nasce un successo editoriale? In tanti modi. può essere un successo annunciato (vedi i vari Follet, Ludlum, Robbins eccetera) oppure il risultato di un tam-tam, il classico passa parola per cui da cosa nasce cosa (in questo caso da copia nasce copia). L’importante è che il libro abbia tutto quel che gli serve per circolare e per essere richiesto in qualsiasi libreria, cioè che abbia l’ISBN: che non è la sigla di un virus di nuova generazione ma il codice identificativo che consente a tutte le librerie degli ottanta paesi aderenti (tra cui l’Italia) di fare richiesta di quel preciso libro al suo editore (o al distributore). Se un libro ha l’ISBN gli sono aperte le porte del mondo. I nostri, ovviamente, ce l’hanno tutti, anche i volumetti più piccoli. Per i nostri autori miriamo alto, e aspettiamo insieme a loro il “colpaccio”.
Intanto ci sentiamo talent-scout. Un po’ come Cesare Pavese (nel nostro piccolo, ovviamente), personaggio del mese non solo perché ricorrono i cinquant’anni dalla morte ma anche perché la sua lezione umana, professionale e artistica è qualcosa che va oltre i tempi e le mode. Ma ne saprete di più leggendo; forse vi commuoverete (io un po’ sì) pensando all’eroica e sofferta solitudine di questo piemontese (come me) aspro e schivo, eppure autore di versi dalla dolcezza estrema.
Vi lascio alla rivista e alle sue rubriche. Ma prima vi anticipo una cosa: tenete d’occhio il prossimo numero. sarà targato 100 (il centesimo!) e faremo faville fin dalla copertina.

Un saluto.

Umberto Montefameglio

 
  d  
 
Clicca qui se desideri pubblicare il tuo libro nel cassetto
Montedit piazza Codeleoncini 12 - Casella Postale Aperta - 20077 Melegnano (MI)